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Bollette dell’acqua 2017, la “patacca” delle agevolazioni per le utenze deboli

 

Avendo letto l’intervista rilasciata a Matteo Cialini dall’Ad di Nuove Acque Francesca Menabuoni, pubblicata ieri su Arezzo Notizie , ci premuriamo di far presente che non è tutt’oro quel che riluce, mettendo in evidenza il fatto che, contrariamente agli anni passati, da ora in avanti le cosiddette “utenze deboli” (circa 3.000 famiglie con ISEE inferiore a 8.030 euro) dovranno intanto far fronte al pagamento di bollette con importi raddoppiati rispetto al 2016, poiché dal 1° gennaio non verranno loro più applicate tariffe ridotte del 50%, per cui molti si troveranno nella condizione di non poter pagare le bollette e ciò causerà un incremento delle morosità.

E’ vero che quest’anno, al posto dello sconto tariffario del 50% che prima veniva automaticamente applicato agli utenti che presentavano una certificazione ISEE inferiore agli 8.030 euro , viene messo a loro disposizione un fondo (alimentato dai ricavi da tariffa) di 330.000 euro cui si potrà accedere presentando istanza entro il 30 aprile e successivamente si potranno ottenere rimborsi di 20 euro a bolletta , ma questo provvedimento non può essere scambiato per una misura che va a favorire le utenze deboli, tutt’altro.

E’ vero anche che la responsabilità della scelta di complicare la vita alle famiglie in difficoltà non è da attribuire alla Società di gestione o all’ Ad Menabuoni , bensì è da far carico alla solita attitudine dei Sindaci ad approvare acriticamente qualsiasi proposta venga avanzata dai burocrati dell’Autorità Idrica Toscana in ossequio alle delibere partorite negli appositi pensatoi dell’AEEGSI , quella che si è rivelata essere la più inadatta delle autorità cui affidare la “regolazione” del bene pubblico acqua a tutela dell’interesse generale : quello dei cittadini-utenti.

Tornando a Nuove Acque, pur prendendo atto della sensibilità che l’Azienda dimostra di avere nei confronti delle famiglie numerose, con l’annunciata costituzione di uno speciale fondo, cui sarà devoluto un centesimo dell’utile di esercizio, e messo a disposizione di famiglie con più di 4 figli , dobbiamo evidenziare però che quelle stesse famiglie saranno comunque tenute prima a pagare le bollette (più care dell’ 8%) per poi vedersi restituire qualche spicciolo nelle successive bollette , al termine dell’immancabile iter burocratico.

La Società di gestione , ma soprattutto i Sindaci sanno bene che per rendere equa la ripartizione dei costi del servizio idrico e non sfavorire ma aiutare le famiglie numerose (tutte, non solo quelle con più di 4 figli), è necessario introdurre un sistema tariffario che, per le utenze domestiche residenti, nell’attribuzione degli scaglioni di consumo annuo tenga conto del numero dei componenti il nucleo familiare, assegnando cioè quantitativi di consumo annuo a scaglioni e prezzi progressivi non “per utenza” ma “per ogni componente” del nucleo familiare servito.

Ricordiamo che questi ed altri aspetti critici della gestione del servizio idrico aretino , come l’andamento crescente delle tariffe dal 2015 al 2017 ( vedere tabella allegata) furono da noi posti all’attenzione dell’Amministrazione comunale e dei cittadini lo scorso mese di dicembre durante una la conferenza stampa indetta congiuntamente con ACLI , MCL e Associazione Famiglie Numerose.

Arezzo, 6 febbraio 2017 Comitato Acqua Pubblica Arezzo

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Blue Book 2017: La cura è peggio della malattia

Il COMITATO ACQUA PUBBLICA , d’intesa con il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ritiene opportuno prendere parola sul quadro che emerge dalla pubblicazione del Blue Book 2017, studio sul sistema idrico italiano promosso da Utilitalia, in quanto artatamente mistificatorio della realtà.

Infatti, se da una parte l’analisi dello stato dell’arte risulta condivisibile, ovvero bassi investimenti, reti vecchie con dispersione elevatissima e ritardi nella depurazione, descrivendo così un sistema gravemente malato, è la cura prospettata ad essere peggio della malattia.

Sul tema degli investimenti e tariffa va ricordato che il finanziamento del servizio idrico integrato ha dimostrato il suo fallimento dal momento in cui al principio del “full cost recovery”, ossia il costo totale del servizio deve essere interamente coperto dalla tariffa, si è associato l’affidamento a soggetti privati. I dati in tal senso parlano chiaro: a partire dalla prima metà degli anni novanta, periodo in cui si attua la “grande trasformazione” dalle gestioni delle aziende municipalizzate al nuovo assetto fondato sulla gestione da parte delle società di capitali, tra l’altro periodo in cui tramonta il ruolo della finanza e dell’intervento pubblico, gli investimenti nel settore idrico sono crollati, toccando punte di oltre il 70%, flettendo da circa 2 mld di euro a circa 600 milioni annui, per poi risalire ma mantenendo sempre un abbassamento di circa il 50%.

Sulle tariffe idriche tutti gli studi sono concordi nell’indicare aumenti assai consistenti, tra i più rilevanti nel panorama europeo e tra i più elevati rispetto agli altri servizi pubblici locali: + 100 % tra il 2000 e il 2016 (dati Federconsumatori Ottobre 2016); + 61,4 % tra il 2007 e il 2015 (dati Dossier Cittadinanzattiva 2016); + 85,2 % tra il 2004 e il 2014 a fronte di un incremento dell’inflazione nello stesso periodo che in Italia è stato del 23,1 % (dati CGIA di Mestre Luglio 2014). Ciò sta provocando un aggravio sulla spesa delle famiglie che è giunto al limite della sostenibilità economica soprattutto per quelle fasce della popolazione fortemente toccate dalla crisi.

Di fronte a questi dati eloquenti allora la soluzione non può essere ancora una volta quella dell’ulteriore rilancio della politica tariffaria del “full cost recovery”, così come suggerito nel Blue Book, e neanche quella di incentivare i processi di aggregazione visto che negli anni in cui si è andata generando e approfondendo questa crisi del sistema idrico la maggior parte della popolazione italiana è stata servita dalle grandi multiutilities quotate in borsa – Acea, Hera, A2A e Iren – aziende ora prese a modello e individuate come poli aggregativi verso i quali far confluire tutti i soggetti gestori medio piccoli ad oggi esistenti, comprese le gestioni in economia che oggi servono oltre 10 mln di persone. Ecco che la cura diviene peggio della malattia.

Infatti, è proprio la scelta, insita nel sistema, di mettere in capo ai soggetti gestori di natura privatistica la responsabilità dell’effettuazione degli investimenti che determina, stante il loro obiettivo di massimizzazione dei profitti, un’oggettiva subordinazione della decisione di investimento a quella priorità.

Può apparire paradossale ma il fallimento del “full cost recovery” fino a qualche anno fa sembrava essere condiviso anche da Federutility (oggi divenuta Utilitalia) che in un documento del Maggio 2010 “Investimenti nel settore idrico: superamento del gap infrastrutturale e contributo per uscire dalla crisi” era costretta a riconoscere che “l’ingente fabbisogno finanziario di cui necessita il sistema non può far carico unicamente alla leva tariffaria in quanto incapace di generare in tempi brevi le risorse per fare fronte al debito”.

Cosa oggi le abbia fatto cambiare radicalmente idea risulta incomprensibile visto che i dati rimangono inalterati.

A nostro avviso non si sfugge al fatto che, per avviare un ciclo di investimenti significativo con l’obiettivo di realizzare l’ammodernamento del servizio idrico, occorre progettare un nuovo sistema di finanziamento, che superi il meccanismo del “full cost recovery” e che sia invece basato sul ruolo fondamentale, oltre che della leva tariffaria, della finanza pubblica e della fiscalità generale.

Quello che noi proponiamo è un piano straordinario di investimenti nel settore idrico che non può che passare sia dalla ridefinizione del meccanismo tariffario che dalla messa a disposizione di nuove risorse pubbliche, ovvero il servizio idrico deve tornare ad essere una delle priorità nel bilancio statale.

E che, dunque, non può essere concepito se non dentro ad un quadro di nuova gestione pubblica del servizio.

La sua finalità prioritaria è quella di dare certezze e produrre un’accelerazione degli investimenti previsti e di indirizzarli prevalentemente verso la ristrutturazione della rete idrica, con l’obiettivo di ridurre strutturalmente le perdite di rete, e verso le nuove opere, in particolare del sistema di depurazione e di fognatura.

Un piano straordinario di investimenti che potrebbe produrre anche un incremento di centinaia di migliaia di posti di lavoro nei prossimi anni, svolgendo un’utile funzione anticiclica rispetto alla crisi stessa.

In ultimo, ci sembra necessario stigmatizzare il fatto che il referendum del 2011 su alcuni organi di stampa sia definito come uno degli elementi responsabili del disastro in cui versa il sistema idrico italiano.

In realtà, è l’esatto opposto.

Se l’esito referendario fosse stato applicato e non disatteso, si sarebbe potuta invertire una rotta rispetto ad una deriva che ha prodotto la massimizzazione dei profitti per i gestori, un disastro sulla qualità del servizio reso agli utenti e devastazioni ambientali a causa dell’inadeguata depurazione. In poche parole, gli effetti della mercificazione di un bene comune.

Arezzo, 1 Febbraio 2017. Comitato Acqua Pubblica Arezzo

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

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