La gestione dell’acqua non può essere un monopolio privato. In tutto il mondo tornano le società pubbliche per le reti idriche

Commenti disabilitati su La gestione dell’acqua non può essere un monopolio privato. In tutto il mondo tornano le società pubbliche per le reti idriche

Chissà se i nostri amministratori locali riusciranno a cogliere il senso della storia e delle esperienze degli altri. D’altra parte gli italiani sanno ormai benissimo che nel loro paese occorrono lustri per far comprendere alla propria classe dirigente, generalmente un po’ ottusa, gli errori che in altre parti del mondo si sperimentano e si correggono con anticipo.

Dell’errore se ne sono accorti per primi gli americani. Proprio loro: i liberisti e mercatisti per eccellenza, che ad Atlanta hanno cacciato i gestori privati (i medesimi nostri) e Huston li ha seguiti a ruota. Incredibilmente è accaduto che negli ultimi anni, il più alto numero di “inversioni” sia avvenuta proprio negli USA, paese che non si può certo definire nemico della iniziativa privata, seguita dalla Francia, che pure è la patria di due colossi privati come Suez e Veolia, che operano a livello globale, ma che ci riguardano da vicino.

Negli States, per oltre un secolo l’acqua è stata gestita dai privati, ma proprio grazie alla loro esperienza secolare, si è ritornati a gestioni municipali: le società private o miste sono ormai meno del 15%. Dal 2000 ad oggi nel mondo, 235 grandi municipalità in 37 Paesi, hanno deciso di tornare a una gestione pubblica delle reti d’acqua potabile.

Ma anche in Europa il vento ha soffiato forte contro la moda che aveva privatizzato il settore: sono tornati in mano pubblica le reti idriche di Parigi, Berlino e Budapest, ma anche Bordeaux, Nizza e Stoccarda, in sudamericana Bogotà, Santa Fè, Rosario e Mendoza, nonché tutta la provincia di Buenos Aires, ma anche la sudafricana Johannesburg, in Asia Kuala Lampur e Samarcanda. Un fenomeno che pare abbia subito un’accelerazione negli ultimi anni, visto che le “rimunicipalizzazioni” del periodo 2010-2015 sono state il doppio del decennio precedente.

Da segnalare il caso di Parigi, che nel 1984 è stata tra le prime città in Europa a dare in appalto il servizio idrico. A seguito di un aumento delle tariffe del 260% in 25 anni e di accuse di scarsa manutenzione e mala gestione, nel 2010 il servizio è tornato pubblico. Dal 2010 la nuova compagnia “Eau de Paris” ha riunificato sotto l’egida del Comune, l’intera filiera idrica locale con l’obiettivo di risparmiare 30 milioni di euro l’anno.

Le motivazioni che hanno spinto all’abbandono dei privati, sono anni di promesse non mantenute, servizi di bassa qualità e prezzi rincarati. Si è scelta la strada della ripubblicizzazione con dei paletti precisi: da subito taglio dei costi, efficienza operativa, incremento degli investimenti e un più alto livello di trasparenza.

In Italia sono tornate al modello pubblico Imperia, Reggio Emilia, Varese e Termoli. Complessivamente le gestioni “in house” coprono ancora il 43,4 per cento dei comuni che corrisponde a un 40,3% della popolazione complessiva.

E ad Arezzo cosa succede? La richiesta di un rinnovo a termine senza gara, espressa da Nuove Acque, va contro ogni logica, anche quelle liberiste, ma va anche contro la normativa europea che, al fine di ridurre i costi, promuove sempre gli affidamenti in gara, pur non esprimendo (giustamente) alcuna preferenza tra soggetti pubblici o privati.

Oggi i sostenitori della privatizzazione, citano tra i principali vantaggi, la maggiore efficienza del settore privato rispetto a quello pubblico, che porterebbe a ottimizzare la distribuzione dell’acqua. Questa e altre attenzioni ai costi, si tradurrebbero in un calo della bolletta per gli utenti (ma non succede mai). Affidare ai privati la gestione dell’acqua, secondo questa corrente di pensiero, permetterebbe inoltre di dividere tra diverse imprese i costi per la manutenzione della rete dell’acquedotto.

Chi è contrario alla privatizzazione mette sul tavolo alcuni rischi: gli aumenti delle tariffe su cui il pubblico non riesce nella sostanza, ad esercitare alcun controllo (una vera follia, se si tratta di un monopolio naturale irrinunciabile) o le difficoltà a far rispettare ai nuovi gestori i loro obblighi di manutenzionare e sviluppare la rete idrica, soprattutto nelle zone piu’ disagiate e dove il consumo è minore.

Solo a scopo esemplificativo: se l’Enel del boom economico italiano fosse stata privata, è immaginabile che sarebbero state elettrificate frazioni montane e paesi sperduti? Con quali ritorni economici? Ma in una nazione, può essere solo il profitto il metro della crescita civile?

Alla privatizzazione dell’acqua si oppongono i movimenti, non senza errori grossolani. In Italia abbiamo avuto leggi sbagliate, duramente e giustamente criticate, abbiamo avuto politici sbagliati, duramente e giustamente criticati. Ma abbiamo avuto anche un referendum sbagliato, nella forma e nella sostanza, che a suo tempo è anche stato duramente e giustamente criticato, in particolare da 150 docenti di economia di ogni colore politico. Il risultato è che oggi è veramente difficile poterlo invocare per andare nella direzione, sostanzialmente ma non formalmente, indicata dai cittadini.

http://www.informarezzo.com/permalink/26715.html